Fred Gets Lost, elettronica internazionale... che nasce in Lunigiana
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16/06/2026 | lorenzotiezzi
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Fred Gets Lost è un progetto elettronico nato in Lunigiana e guidato da Francesco Mazzali e Diego Bergantini. Dopo l'esordio con “E. Please Buy Your Seat”, il collettivo prosegue il percorso verso il suo primo concept album con “D. Can You See My Eyes?”, singolo disponibile dal 27 maggio.
Tra elettronica, influenze jazz, hip hop e una forte attenzione alla dimensione narrativa, il progetto sta costruendo un universo sonoro personale e in continua evoluzione. Li abbiamo intervistati per conoscerli meglio e approfondire il percorso che stanno portando avanti.
“D. Can You See My Eyes?” parla di qualcosa che forse non è mai esistito davvero, ma che continua comunque a restare addosso: da dove nasce questo brano?
Tutti i brani nascono, in un modo o nell'altro, da qualcosa che abbiamo incontrato personalmente e che altrimenti non saremmo in grado di descrivere. Oltre che una storia, la canzone cerca di veicolare uno stato d'animo: la sensazione di dover mettere in discussione un'idea e magari anche un po' di noi stessi.
Nel pezzo sembra esserci una lotta continua tra quello che si sa razionalmente e quello che si continua a sentire: quanto è stato difficile trasformare questa sensazione in musica?
In realtà, di solito partiamo proprio dalla musica, ed è la musica che ci suggerisce una sensazione. Il difficile è analizzare questa sensazione e trasformarla in qualcosa di concreto, spesso per tentativi più che tramite un lampo di ispirazione. È un lavoro di equilibrio.
Rispetto a “E. Please Buy Your Seat” qui emerge un lato più fragile e sospeso: vi sentite cambiati anche voi nel modo di scrivere?
Diciamo piuttosto che stiamo mostrando sfaccettature diverse dello stesso legame. Se con "E. Please Buy Your Seat" c'era un impatto differente, "D. Can You See My Eyes?" scava in una fragilità più intima. I brani sono mattoni della stessa storia e l'ordine è suggerito dalle lettere iniziali dei titoli. Per ora sono solo stati d'animo diversi dello stesso personaggio, ma il nostro album racconta un viaggio, quindi vedremo se alla fine uno di questi prenderà il sopravvento.
Nei primi due singoli c'è una forte componente visiva e narrativa: quando lavorate a una canzone vi lasciate guidare più dall'istinto o avete già chiaro il mondo che volete costruire?
Non abbiamo mai chiaro dove vogliamo arrivare. È sempre tutto un grande esperimento. Gli ambienti in cui, per noi, vivono le canzoni si delinano poco alla volta, e l'importante è essere sempre aperti all'idea che un brano possa andare in una direzione imprevista. Il difficile è capire quando si è arrivati a un punto interessante, e spesso nemmeno noi ci rendiamo conto del perché, tanto che a volte proseguiamo ostinatamente col lavoro solo per renderci conto di dover tornare indietro perché abbiamo perso di vista cos'era a rendere bello un brano.
Arrivate dalla Lunigiana, un territorio particolare e pieno di atmosfere: quanto vi portate dietro quei luoghi nel vostro modo di fare musica?
Probabilmente molto, anche se in modo inconscio. La Lunigiana è una terra sospesa tra nebbie, boschi e storie, ed è inevitabile che quel tipo di isolamento e di atmosfera così densa si rifletta nella nostra musica. Quel senso di malinconia e di "spazio" che cerchiamo di dare ai pezzi assomiglia molto ai paesaggi in cui siamo cresciuti. È un territorio che ti spinge a guardarti dentro, introspettivo come cerchiamo di rendere la nostra musica.
State svelando il vostro album un pezzo alla volta: i prossimi capitoli continueranno su questa linea emotiva o ci saranno nuove sorprese?
Sarà un viaggio con diverse sfumature. Questa modalità di svelare il disco un capitolo alla volta ci permette di dare il giusto peso a ogni canzone. Gli ambienti sonori sono ancora molti e variopinti, e speriamo che saranno sempre una bella sorpresa per chi ci ascolta.
Tra elettronica, influenze jazz, hip hop e una forte attenzione alla dimensione narrativa, il progetto sta costruendo un universo sonoro personale e in continua evoluzione. Li abbiamo intervistati per conoscerli meglio e approfondire il percorso che stanno portando avanti.
“D. Can You See My Eyes?” parla di qualcosa che forse non è mai esistito davvero, ma che continua comunque a restare addosso: da dove nasce questo brano?
Tutti i brani nascono, in un modo o nell'altro, da qualcosa che abbiamo incontrato personalmente e che altrimenti non saremmo in grado di descrivere. Oltre che una storia, la canzone cerca di veicolare uno stato d'animo: la sensazione di dover mettere in discussione un'idea e magari anche un po' di noi stessi.
Nel pezzo sembra esserci una lotta continua tra quello che si sa razionalmente e quello che si continua a sentire: quanto è stato difficile trasformare questa sensazione in musica?
In realtà, di solito partiamo proprio dalla musica, ed è la musica che ci suggerisce una sensazione. Il difficile è analizzare questa sensazione e trasformarla in qualcosa di concreto, spesso per tentativi più che tramite un lampo di ispirazione. È un lavoro di equilibrio.
Rispetto a “E. Please Buy Your Seat” qui emerge un lato più fragile e sospeso: vi sentite cambiati anche voi nel modo di scrivere?
Diciamo piuttosto che stiamo mostrando sfaccettature diverse dello stesso legame. Se con "E. Please Buy Your Seat" c'era un impatto differente, "D. Can You See My Eyes?" scava in una fragilità più intima. I brani sono mattoni della stessa storia e l'ordine è suggerito dalle lettere iniziali dei titoli. Per ora sono solo stati d'animo diversi dello stesso personaggio, ma il nostro album racconta un viaggio, quindi vedremo se alla fine uno di questi prenderà il sopravvento.
Nei primi due singoli c'è una forte componente visiva e narrativa: quando lavorate a una canzone vi lasciate guidare più dall'istinto o avete già chiaro il mondo che volete costruire?
Non abbiamo mai chiaro dove vogliamo arrivare. È sempre tutto un grande esperimento. Gli ambienti in cui, per noi, vivono le canzoni si delinano poco alla volta, e l'importante è essere sempre aperti all'idea che un brano possa andare in una direzione imprevista. Il difficile è capire quando si è arrivati a un punto interessante, e spesso nemmeno noi ci rendiamo conto del perché, tanto che a volte proseguiamo ostinatamente col lavoro solo per renderci conto di dover tornare indietro perché abbiamo perso di vista cos'era a rendere bello un brano.
Arrivate dalla Lunigiana, un territorio particolare e pieno di atmosfere: quanto vi portate dietro quei luoghi nel vostro modo di fare musica?
Probabilmente molto, anche se in modo inconscio. La Lunigiana è una terra sospesa tra nebbie, boschi e storie, ed è inevitabile che quel tipo di isolamento e di atmosfera così densa si rifletta nella nostra musica. Quel senso di malinconia e di "spazio" che cerchiamo di dare ai pezzi assomiglia molto ai paesaggi in cui siamo cresciuti. È un territorio che ti spinge a guardarti dentro, introspettivo come cerchiamo di rendere la nostra musica.
State svelando il vostro album un pezzo alla volta: i prossimi capitoli continueranno su questa linea emotiva o ci saranno nuove sorprese?
Sarà un viaggio con diverse sfumature. Questa modalità di svelare il disco un capitolo alla volta ci permette di dare il giusto peso a ogni canzone. Gli ambienti sonori sono ancora molti e variopinti, e speriamo che saranno sempre una bella sorpresa per chi ci ascolta.
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